Alchimia, Spagiria e Salute

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(Articolo di prossima pubblicazione, per la rivista “Delta”)

Di Stefano Valbonesi – Per avvicinarsi alla Spagiria, e all’Alchimia in generale, si deve considerare che, noi siamo infatti un continuum, proprio come una cellula di un corpo, non vi è separazione, non solo con gli altri esseri umani, ma anche con tutti i regni della natura conosciuti, il cosmo, il macrocosmo, e con tutti i piani di vita a noi conosciuti o sconosciuti che siano.
Così come le cellule di un corpo possiedono una certa specificità per svolgere una funzione precisa nell’organismo, anche noi dobbiamo comprendere quale sia il nostro compito nella vita, e come poterlo svolgere, nel modo più armonico e concreto possibile.
Per mettere in pratica questo, l’alchimia interiore ci può aiutare, perché permette di conoscere quali sono le dinamiche della vita, le leggi che la regolano, trasformandoci in funzione del compito da svolgere, mentre, mediante l’opera alchemica esteriore ci consente di produrre dei rimedi, ed al contempo una presa di coscienza concreta, aiutandoci a mantenere saldo il timone della nostra vita anche quando il mare è in tempesta.
Per questi motivi è possibile, e auspicabile, incominciare a prendersi veramente cura di sé stessi, producendo i propri rimedi spagyrici, senza l’ausilio di un grande laboratorio alchemico con storte ed alambicchi, ma con semplici vasi, un mortaio, un filtro, una pressa, e poche altre cose, mantenendo però come base l’aspetto spirituale che l’insegnamento ermetico porta in sé, e che è fondamentale nutrimento per l’anima, che è il portale che permette lo schiudersi dell’intuizione, condizione fondamentale per la ricerca.
Per l’alchimista il corpo è la base del lavoro, il primo elemento della trasmutazione, che contiene, sia l’immagine primordiale della vita, che è eterna, sia quella della natura, che è mortale.
Il corpo è l’elemento che permette, su questo piano di vita, di manifestare la personalità nella sua interezza sperimentando la materia.
Sono gli altri aspetti dell’essere, che si potrebbero definire il vero essere umano e che vanno ben oltre il corpo materiale, pur comprendendolo, che possono trasformarsi attraverso il lavoro alchemico fino a divenire uno con il suo centro: la Pietra Filosofale latente.
Il corpo che potremmo raffigurarci come un pianeta, ad esempio come la terra, non è di per se stesso vivo, ma viene vivificato da un corpo di materia più sottile, diversa dalla materia densa: il corpo eterico, che a sua volta viene costantemente polarizzato, potremmo dire riorganizzato, dal corpo astrale durante il sonno.
Quando infatti il corpo eterico si stacca da quello fisico più denso, cessando di insufflargli energia, subentra la morte, ma sarebbe più corretto parlare di trasformazione, perché infatti si scompone, restituendo, in modo naturale gli elementi che la terra gli aveva fornito alla nascita e continuato a fornirgli durante tutta la sua vita.
Potremmo immaginare il corpo anche come un vaso dove, all’interno, arde la fiamma della vita, che però lo consuma progressivamente, proprio come una candela.
Per questo è necessario che si nutra sia di sostanze solide che di sostanze eteriche, proprio per resistere a tale fiamma, rimpiazzando gli elementi che il fuoco della vita consuma.
L’essere umano è dunque l’entità che contiene sia la vita inferiore che il principio di vita originale.
La personalità è dunque una mescolanza, un insieme di elementi costitutivi di vari piani di esistenza combinati fra loro.
Nel Pimandro di Ermete Trismegisto si legge infatti: <<Fra quanti vivono sulla terra solo l’uomo è duplice, mortale nel corpo, immortale nella sua essenza>>.
Il secondo assioma della Tavola Smeraldina recita: <<Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo dell’Uno>>.
Questo aforisma ci fa capire come ogni cosa, ogni forma di vita, che è una mescolanza di forze ed elementi, o meglio di energie, sia sorretta dalle medesime leggi di creazione.
Grazie a ciò è possibile attraverso la creatura scorgere il creatore che l’ha animata.
Per fare questo occorre però percorre una via inversa, potremmo dire di risalita, che l’alchimia ci mette a disposizione mediante una certa dedizione all’Opera, che ci apprestiamo a compiere, e ad una certa conoscenza delle leggi che regolano i movimenti della vita che, durante tale percorso, dobbiamo imparare a riconoscere, a ricordare, per divenirne coscienti, anche grazie all’intuizione che diventerà uno strumento fondamentale per indagare e per imparare.
Si dice che l’alchimia operari in tre aspetti della natura:
quello minerale,
quello vegetale,
e quello animale.
Vi è però un altro aspetto essenziale di cui sovente non si parla che è quello spirituale.
Questo è un aspetto basilare sul quale poggia l’Opera, altrimenti non si differenzierebbe da una semplice preparazione galenica o chimica.
Potremmo raffigurarci l’aspetto spirituale come un triangolo equilatero composto da:
L’Amore, base e cemento per l’Opera. (Zolfo)
La Conoscenza che sostiene e sviluppa l’Opera. (Mercurio)
La Forza che ci permette di realizzare concretamente l’Opera. (Sale).
Questi tre aspetti fondamentali vanno però posti concretamente nella realtà dai quattro elementi, che sono la base, e che servono a portare a manifestazione, nelle più svariate forme di vita, tutti gli aspetti della natura.
L’Alchimia vegetale, che prendiamo in esame, è dunque quell’insieme di operazioni, consapevoli, che ci portano innanzitutto a separare il pesante dal leggero, il marcescibile dall’immarcescibile, dunque l’Archetipo, dal corpo, attraverso vari procedimenti che chiamiamo nel loro insieme: “l’Opera”.
Attraverso tale percorso di trasformazioni possiamo estrarre dal vegetale, trasferendolo nella parte liquida del nostro preparato, l’essenza, l’archetipo, rendendolo potabile, dunque in grado di essere assimilato, per permettere all’organismo qualora lo necessitasse, di riconnettersi in maniera armonica alla vita che lo anima, riequilibrandosi.
Su queste basi ho incominciato a produrre alcuni rimedi.
Esperienza che mi sta portando ad imparare, a conoscere meglio me stesso, e il mondo in cui vivo.
Prima di raccogliere una pianta per preparare un rimedio alchemico, è necessario conoscerla, ma soprattutto, capire a quale forze archetipe sia legata cioè quale è la “Signatura” che la caratterizza e questo può avvenire solo studiando le sue caratteristiche, sia sui libri che attraverso l’intuizione.
Si deve allora cercare la pianta spontanea nel periodo in cui è matura, ovvero nel suo momento balsamico.
La maturità del vegetale può essere riconosciuta anche dal fatto che le api si interessano ad essa.
Allora in un giorno con caratteristiche adeguate si procederà a raccoglierla e subito dopo a sminuzzarla, pestarla, per riporla nel vaso a fermentare con acqua, zucchero e lievito, nella quiete di una cassa di legno.
La pianta dopo qualche ora incomincia, fermentando in questa sua tomba, a liberare nel liquido le sue proprietà.
Ogni giorno il processo di fermentazione va seguito, aiutato, sostenuto, fino a quando termina in un silenzioso riposo.
Il primo passaggio dell’Opera è realmente incominciato: nel vaso dove abbiamo posto il vegetale, attraverso la morte e la scomposizione del corpo della pianta, si stanno liberando, diffondendosi nel liquido, tutte le proprietà in essa contenute.
Ma ancora il corpo del vegetale è lì insieme al composto.
Occorre quindi separare il marcescibile dall’immarcescibile, affinché il composto non si corrompa.
Come tutti sappiamo l’alchimia è un processo nel quale occorre separare ed unire, separare il marcescibile dalle cose più sottili, affinché la vita si sposti di ottava in ottava su spirali superiori.
Come sappiamo, in natura, le forze che sostengano la vita in tutte le sue forme, si rincorrono per cercare di compensarsi, di tendere ad un equilibrio che mai si stabilirà.
E’ proprio questa incessante ricerca dell’equilibrio che genera il movimento in modo da non permettere alla materia di cristallizzare troppo, ma di cambiare continuamente stato e forma.
Quando una sostanza acida incontra una alcalina tende a neutralizzarsi, in questo incontro però si origina un terzo elemento, un sale a volte fisico, tangibile, a volte di natura eterica.
Questo terzo elemento è il “figlio”, l’amore, che servirà in questa nuova fase del processo per rendere l’anima della pianta capace di ricevere nuove forze, divenendo altresì elettrolitica cosicché le energie dell’ottava superiore possono esistere e mantenersi nel preparato.
Nell’Alchimista, devono accadere i medesimi processi, affinché l’anima possa rinnovarsi e così divenire un ponte fra lo Spirito e il Corpo ed i Tre divengano così Uno, ad immagine di quell’Uno di cui è detto <<<<Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo dell’Uno>>, confermando così la quinta proposizione della Tavola Smeraldina che recita: <<Tu separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso, dolcemente, con grande ingegno. Sale dalla Terra al Cielo, subito ridiscende in Terra e raccoglie la forza delle cose superiori e di quelle inferiori… e per mezzo di ciò l’oscurità fuggirà da te>>.

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